Sagre di paese

Fossero solamente feste all’aria aperta non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Ma le sagre di paese, o di quartiere, in Umbria sono un’altra cosa. Perché un giro alla sagra dalle nostri parte è come rispondere <presente> all’appello del professore. Un paio di giustificazioni si possono portare ma dalla terza si rischia l’esclusione dalla vita sociale. <Hai saltato gli gnocchi, il crostone e il cinghiale? Ma che vita fai?>. Il peggio, ovviamente, è che queste domande oltre a farteli gli altri, te le fai anche da solo allo specchio o allo specchietto retrovisore mentre ti rimproveri quelle passeggiate fuori casa senza aver sfiorato nemmeno una sagra. L’importante è recuperare, e partecipare. E dalle nostre parti, partecipano quasi tutti. Da quelli col borsino per gli spicci a quelli che tengono i centoni fissati col fermacravatte.

Alla sagra ci si va, punto e basta. È festa, ma soprattutto, è quasi vacanza. E per chi non va in ferie, avercele, si può togliere il “quasi”. Quelle vicine, quelle lontane, nuove o vecchie che siano, con il prodotto tipico o anche in quelle che gli manca poco per chiamarsi la sagra della pancia piena. Va bene pure un antipastino con trippa e fagioli, stinco, vino rosso. Fa caldo? Meglio. Sudo? Meglio. Soffro? Guarda quello lì che sta messo peggio. È una passerella, e ci si mostra, e ci si guarda. Quelle in calendario in pieno agosto poi, sono le più ricercate. Perché è bellissimo mangiare la torta al testo sotto il cielo stellato ma è ancor più bello se puoi farlo mostrando l’abbronzatura. Neri, lucidi, impomatati, dopo aver sfinito le parrucchiere; con il triangolo infarcito di salsicce e schiena dritta. Eccoci arrivati. Ovviamente, di questi tempi, va bene pure l’abbronzatura da balcone, un pochino meno quella da finestrino. Quelli di ritorno dal mare poi arrivano con una serie di braccialetti nuovi fiammanti e li distingui dagli altri che si sono fatti due lampade a tirar via. Mi raccomando, alla sagra, tra parcheggi sterrati, strade bianche e fila ordinatamente scomposta al container a far gli scontrini è bene andare, quando l’abbronzatura non basta, con un tacco dodici per la signora e una camiciola azzurro ufo sbottonata sul petto per lui. I bimbi, per chi ce l’ha: liberateli. Mentre si sorseggia il caffettino nell’unico bar preso d’assalto come una lampada dalle zanzare i bimbi trascinano le mamme tra una bancarella e l’altra. Tipiche, forse, del sudamerica ma poco importa. Uno xilofono, una spada, formaggio fresco, caramelle, croccante e cerchietti fluorescenti. E poi via a riprendere la macchina lasciata causa fame e impazienza sotto curva, con due ruote sull’asfalto e altre due abbarbicate tra un terminino ed un fosso. A domani.

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