Italia all’ottavo mese (3)

 

2.3

 

Eccoci. Tardo pomeriggio. Ricompare anche quel sorrisino sghembo che era una smorfia di dolore all’ultimo boccone di insalata. Adesso sono cazzi, è il grido di battaglia. Non si fanno prigionieri e quindi anche se il sole brucia ancora è bene iniziare ad incamerare zuccheri con un gelatino pomeridiano. Gli stakanovisti principiano al mattino, verso le undici, ma sono quelli che magari poi saltano un pasto, ed è gente poco seria. I puri sono gli altri. Quelli che ancora mentre cercano di rimuovere con un arcuato movimento di lingua una fogliolina di insalata tra i molari già si domandano se troveranno il gusto spritz, il bacio, il prossimo anno il gusto pizza. Vedremo.

Appena il sole cala si appuntisce lo sguardo, si cerca la trattoria, si cerca il ristorantino, mai il ristorante, e soprattutto in zone di mare c’è un piatto a cui nessuno mai vorrà rinunciare: la frittura.

La frittura è il simbolo dell’estate al mare, molto di più della crema abbronzante e molto meno pubblicizzata in televisione. Funziona con il passaparola e attorno a quel piatto (servita su quelli ovoidali conferisce un’idea di movimento e freschezza che ad alcuni appare persino light) che si struttura una vacanza, una giornata. La frittura è l’ombelico del mondo, servita con una fogliolina verde che rimarrà sul piatto assieme alla buccia del limone spremuto.

Solo dopo la frittura ci si può rilassare e abbandonarsi allo schienale in plastica della sedia, slacciare un altro bottone della camicia e respirare goduti a pieni polmoni. Sempre che la camicia non sia stata slacciata precedentemente per non sudarci dentro con passerella tra le sedie dei figli per tagliargli in tranci la pizza.

Il dovere è compiuto, il volere stavolta coincide, la fritturina è andata. Una sorta di gita a Roma passando per il Papa che ti vede e strizza l’occhio.

Ovviamente il rituale non si esaurisce alla frittura, perché prima di chiedere il conto bisogna farsi un goccetto di limoncello. Poi il conto, poi due passi, a piedi, in macchina, e sosta finale, prima del letto in quella gelateria lì, per il fuoco artificiale conclusivo.

 

2.4

 

Soddisfatta la pancia si può anche andare a letto. E si appianano quelle differenze tra chi è in vacanza e chi no. Perché la soddisfazione di tritare qualsiasi cosa, negli altri mesi ci si concede col contagocce, o per impossibilità di tempo/modi, allora diventa un appuntamento che si può replicare anche la sera seguente. Ad libitum. Mangiare è ovviamente anche consolatorio e vendetta contro il resto dei bastardi mesi che ci separano dall’agosto.

Magno, mi sfondo. Embé? Se non eccedi in agosto quando lo fai. Se non eccedo in vacanza quando, allora? Se non eccedo perché quest’anno niente vacanze e mi tocca stare a casa, allora quando? Se non eccedo adesso che a settembre poi c’ho da controllare le transaminasi, allora quando?

Appunto, se non ora quando? Quindi, vai con la fritturina.

Capitolo 3. Bere.

 

Bere non basta. Anche strabere può non bastare ma aiuta. Il discorso è simile a quello fatto per il cibo con alcune differenze. Innanzitutto in estate è la tv che ti dice che hai sete. Di determinate robe. Quest’anno la bevanda era una cosa arancione ghiacciata, che descritta così è la stessa dell’anno passato e dell’Età del bronzo, però non è importante ricordare il nome quanto l’effetto. Ogni agosto serve qualcosa di nuovo per sconfiggere il caldo, le ascelle pezzate e lo 0-2 di partenza con le donne. La soluzione che fa al caso di tutti è una bevanda ghiacciata, zuccherata, colorata. Berla per vivere appieno l’estate, altrimenti che cazzo di agosto sarebbe mai? E poi, berla quando? Facile: più o meno sempre.

Per tutti gli altri non c’è bisogno di ascoltare la pubblicità, basta farsi trascinare dal passabottiglia.

 

puntata 1

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