Sette anni dopo

Nei sette anni passati a lavorare in una libreria ho avuto modo di conoscere scrittori ed editori. Mi è sempre più evidente come molti di loro vivano in un mondo che si sono costruiti, a partire dalla definizione che li certifica, anche se spesso l’eco non varca la soglia del condominio o degli amici su facebook. Io sono uno scrittore, dicono. Ce ne sono di folcloristici, che è evidente di come non sappiano nulla di quello che pontificano. Una tizia entrò, scrutò la decina di scaffali (ai bei tempi) di poesia perché “sto decidendo a quale editore far pubblicare le mie poesie”. Criticava stile, caratteri, copertine, di quei libri. Tutti, ovviamente, di editori “veri”, non autoprodotti. Un altro è arrivato dichiarando “io ho scritto un libro, sono uno scrittore, ma non leggo”. Alla prima riga del suo libro c’era un errore grammaticale da bollino rosso. Alcuni piccoli o microeditori senza nemmeno pensare di presentare il proprio catalogo ti propongono l’acquisto di tot copie dei loro libri. “Ovviamente a prezzo agevolato”. Altri invece dopo averli lasciati in conto deposito ti chiedono il rendiconto e le rimanenze le vogliono indietro, cambiando gli accordi presi all’inizio. Ad esempio lo scrittore (che vive in zona) porta in libreria i libri per conto dell’editore e poi, un anno dopo, l’editore ti dice “con l’autore non abbiamo più rapporti, e quindi i libri ce li dovete spedire voi. A spese vostre”.

Tutti questi hanno il fare di chi non ritiene la persona che ha di fronte alla propria altezza considerando il proprio status di editore e di scrittore come certificazione di superiorità. L’aria è sempre quella dal “lei non sa chi sono io”, quando invece, è talmente facile capire il tale scrittore o tale editore che non ci sarebbe nemmeno da perderci troppo tempo se non fosse che alcune volte l’esagerazione diventa maleducazione. Come lo sono due telefonate, una mail e una visita in libreria, il tutto in meno di 48 ore, per cercare di convincermi che davanti ho uno scrittore, con un libro valido da presentare (anche se pubblicato grazie al pagamento della stampa, in pochissime copie), con decine di persone che traghetterà in libreria per comprare il suo libro.

Un “no” non è contemplato, soprattutto se sei convinto di essere qualcuno, se mi dici “non sono abituato a lavorare così”, se reputi quel no come un torto personale o come una dimostrazione di incapacità nel saper fare il lavoro di libraio, o commesso che sia.

Per anni abbiamo fatto presentazioni che stringevano il cuore. Due o tre parenti al seguito, qualche bambino costretto sulla sedia, grandi nobili che ci consigliavano il vino che avrebbero voluto sorseggiare a fine presentazione. Tutto per non negare, a torto o ragione, una medaglia d’orgoglio per un pomeriggio in cui lo scrittore o l’editore tornavano a casa sentendosi importanti, vivi, veri, e non semplicemente pedine di quella grande industria che è la vanity press. Pensiero che non li sfiora mai, per la verità.

Tutti convinti di essere artisti, di migliorare la libreria e il mondo editoriale tutto, di essere colleghi di quelli che han sentito nominare, o magari anche letto. E, fortunatamente, ci sono anche i veri editori e scrittori che vengono in libreria. La differenza di comprensione, sia del proprio ruolo che del proprio lavoro, oltre che del mondo editoriale tutto, li distingue totalmente come persone, non soltanto più umili, e ovviamente anche più capaci nei propri lavori, ma soprattutto molto più intelligenti.

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