Vieni qua

Ieri sera con un amico siamo usciti a prendere quattro pizze da asporto e quando stavamo lì, nell’unica e minuscola pizzeria aperta di lunedì sera, spersa nel buio, confinante con serrande abbassate e lucchetti, ci abbiamo trovato dentro due bambini. Il maschio teneva in mano un mestolo e lo batteva sulla mensola, sulle riviste che c’erano sopra, sul mio ginocchio, su una sedia, sull’altra sedia, sul tavolino ma non sulla sorella che era seduta lì a finire i compiti, e a mangiare la pizza e a giocare. Tutte cose che faceva nel massimo silenzio, che infatti mi sono pure dimenticato di guardare di che colore aveva gli occhi, e se li aveva, e se aveva pure la faccia, I capelli sì, sicuro, e anche la schiena.

Il bambino invece non era silenzioso e continuava a battere il mestolo sul muro e lo passava nelle feritoie dei mobili e poi il babbo che stava facendo le pizze l’ha chiamato e gli ha detto Vieni qua. Vieni qua, soltanto, ha ripetuto, e per fortuna non gli ha detto Vieni qua che ho bisogno del mestolo.

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