Yo no soy marinero

Decise di iniziare da Porta Fiorentina e proseguire in senso orario. Così per ognuno dei cerchi concentrici di mura e case di cui era costituito il paese. Era il 31 dicembre. Buio alle 17.23 in punto, come aveva osservato col solito stupore verificando l’orario sul televideo con quanto vedeva fuori dalla finestra sopra il lavello e quanto c’era scritto sul calendario di Barbanera appeso all’ingresso. Spense la tv e scese in strada. Dentro le luci di qualche locale c’erano persone che non badavano al suo passo svelto e si trovò nella posizione stabilita dieci minuti dopo che si era fatta completamente notte. Aveva davanti tutto il tempo che voleva, era l’ultimo dell’anno e quello era il suo programma. Sapeva grossomodo chi abitava dietro ogni porta e ogni finestra. Chi avrebbe potuto incontrare a quell’ora lungo il tragitto. Non voleva farsi riconoscere, per questo tirò fuori dall’armadio i vestiti che erano stati di suo padre. Più grandi di un paio di taglie rispetto alla sua misura: un cappotto spinato, grigio, lungo fin sotto il ginocchio e un cappello, grande pure quello per la circonferenza della sua testa, con le falde larghe, quasi a punta che gli dava un aspetto ridicolo. Fece a meno di guardarsi, e di pensarsi così conciato. Si dimenticò dei suoi vestiti velocemente ma non potè fare altrettanto con gli odori di muffa e col freddo che si sentiva addosso.

Arrivato a Porta Fiorentina nell’orario stabilito, col vestiario stabilito, schiarì la gola. Non si guardò attorno ancora una volta perché non ce n’era alcun motivo. Allungò il dito premendo il campanello.

Da qui in poi i suoi piani iniziarono a prendere altre direzioni. Non rispose nessuno. Impossibile, pensò, dove vuoi che sia a quest’ora. Dove deve essere andata proprio adesso?

Riprovò di nuovo. Niente da fare. Controllò l’orario e decise di proseguire, anche se non era riuscito a far niente, e questo iniziò ad innervosirlo. Proseguì, trenta metri più giù, ad un’altra casa. Un’altra porta, un altro campanello. Suonò.

Stavolta il piano funzionò come aveva sperato. Una voce tremolante, difficile stabilire il sesso ma facilmente intuibile la metà del secolo scorso da cui proveniva, fece quanto doveva.

Chi è?

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan. Ecco quello che cantò, urlandolo quasi. Sotto il berretto e il cappotto iniziò a sentire caldo, sapeva di non aver preso bene la nota, ma era ancora agitato e avrebbe migliorato sicuramente col prossimo citofono. E così fu, in effetti.

Chi è? Chiese una voce quasi scocciata. Come sempre, visto che era quella di Pierpaolo, che conosceva fin troppo bene.

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Stavolta rimase molto soddisfatto della sua intonazione e della perfetta esecuzione. Ebbe anche modo di un bis veloce quando quello in casa domandò:

Che?

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Aspettami, simpatia, sto scendendo.

Affrettò il passo e lasciò da parte qualche casa immaginando che Pierpaolo potesse dar seguito alla minaccia. Vide una luce dietro una persiana al piano terra, ma la luce sopra la porta d’ingresso era spenta così che poteva dirsi completamente al buio. Qualcuno stava guardando la televisione e anche se era un rischio citofonare qui, perché il proprietario era proprio al primo piano, a circa tre passi dalla porta d’ingresso, decise di rischiare.

Si preparò per cantare quando vide che alla parete c’era solo quello stupido campanello, ritto come un capezzolo, e un numero civico e la cassette delle lettere ma nessun citofono. Sentì aprire la porta poco dopo, ma aveva già girato l’angolo.

Merda, pensò. C’era mancato tanto poco che gli venne pure l’idea di tornarsene a casa ma invece si fece coraggio guardando l’orologio, era ancora molto presto, riprese il suo giro come se quelli fossero rischi calcolati. Fu costretto a fingere di parlare in inglese al cellulare quando gli passò lentamente a fianco una vecchia con due sporte che sembravano così pesanti che l’asfalto sembrava prepararsi ad inghiottirla. Lui non parlava inglese, nemmeno una parola. Ma la vecchia non ci fece caso. Si avvicinò al campanello seguente, vide il citofono, una luce alla persiana del primo piano e si disse che da lì poteva ripartire.

Chi è?

Soltanto che la voce arrivò direttamente dalla persiana. Aperta il tanto che bastava a far passare la testa. Era Alfonso.

Chi è? Domandò ancora guardando quella figura là sotto che adesso alzò gli occhi, giusto un attimo, e poi scappò.

Eccheccazzo. Che paese è questo che nessuno rispetta le regole.

Oh, laggiù, chi sei? Continuava dietro la voce di Alfonso.

Aveva in testa quella canzone e soprattutto quella strofa da poco prima di Natale. Sentita chissà dove, recuperata chissà come. E gli sembrava confacente con la notte che stava arrivando. Però gli piaceva l’idea di fare questa cagata che stava facendo ai campanelli dei suoi compaesani, a cantare una strofa de La Bamba, per le orecchie di quella manciata di persone che vivevano in paese, in cima a un toppo, intriso di nebbia e umidità e qualche luminaria e un gatto con occhio solo che lo stava fissando, e che sembrava ne avesse cento, di occhi, e tutti addosso a lui.

Continuò il giro senza che gliene fregasse più nulla di farsi scoprire, almeno quella non era la priorità. La sola cosa importante era cantare bene la canzone. Si avvicinò ad un altro campanello e suonò.

Babbo?

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Poi cambiò programma. Uscì fuori dal paese verso la prima salita trovata dopo essersi tolto di dosso il cappello e il cappotto. Arrivò fino alla collina più alta, lontana centinaia di metri da qualsiasi punto di luce. Solo la luna per orientarsi e il paese sotto, stretto in una spugna di nebbia colorata di giallo da una manciata di lumi fiochi.

Salì su un olivo con la testa che si protendeva tra i rami verso il cielo e ricominciò a cantare Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Cantò finché non si lasciò cadere, dall’olivo, stremato e senza più voce. Cadde di faccia sull’erba alta e il fango. Si rialzò qualche istante, o minuto dopo, e come nulla fosse scese nuovamente in paese e al primo lampione potè darsi una rapida occhiata. Che fosse bagnato l’aveva capito ma non s’era ancora accorto di essere completamente sporco e puzzolente. Aveva le mani nere, così i pantaloni e la camicia. Chissà poi la faccia.

Qualche lampione dopo incontrò Giovanni che di solito non salutava, manco per gli auguri. Stavolta però quello gli bloccò il passo.

Che t’è successo? Stai bene? Hai fatto un incidente?

Non sto piangendo, non sto piangendo. È il fango e la nebbia e yo no soy marinero e poi adesso sento freddo e ho fame e allora vado a casa.

E proseguì verso il suo portone cercando di convincere Giovanni guardandolo negli occhi mentre riprendeva a camminare, gesticolando qualcosa con spalle e braccia che aveva l’intenzione di essere un “guarda che è così, fidati. Se non fosse per il freddo, e il fango, e la nebbia, e la fame, sarebbe tutto ok”.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: