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Le faremo sapere

Qualche giorno fa, dopo 4 (quattro) anni dall’invio del manoscritto di “Perché non sono un sasso”, una delle case editrici a cui l’avevo inviato mi ha risposto.
Per dirmi, tra le altre cose, che non l’hanno letto.

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Le parole terribili che si dicono ai bambini

Giorni fa ero con mia figlia al supermercato e tra le file di scaffali abbiamo incontrato dei conoscenti. Marito e moglie sui sessantacinque anni. La signora si è chinata sorridente verso la bambina e le ha domandato: “Ti vende il babbo? Ti vuole vendere? Ti lascia qui?”. Senza ottenere risposta ha continuato a sorriderle, fissandola, per alcuni secondi. Poi si è tirata su, ha guardato me e ha detto “bellina che è”. Un attimo dopo non c’erano già più.

A quel punto ho guardato la piccola e l’ho vista immobile, gli occhi spalancati sulla schiena di quei due e muta. Ha aperto bocca solo per infilarci il dito. Ha ricambiato il mio sguardo per capire se fosse tutto a posto. Le ho detto qualcosa per tranquillizzarla, poi abbiamo ripreso velocemente il giro.

L’ho scritto per Doppiozero e continua qui

Formazione

Finalmente ho capito cosa sono i romanzi di formazione. Ieri sera mentre leggevo (La valigia – Dovlatov – Sellerio) a un certo punto ho trovato:
“Bastava che mio cugino pronunciasse qualsiasi idiozia, che si udivano le risatine stridule delle tre donne. Ad esempio, assaggiando il paté di zucchine:
– Secondo me, questo paté è stato già mangiato.
E tutti a ridere”.

Sono andato a raccontarlo alla signorina provando un senso di schifo assoluto ma senza riuscire a smettere di sorridere e ho visto che non mi prestava molta attenzione. Era girata di spalle e stava finendo di spalmare del paté sui crostini, per cena. Quindi ho capito che quell’immagine trovata nel libro sarò costretto a portarmela dietro per sempre.

La fauna, la flora, la “varia”

Nonostante anni di totale apertura, più precisamente di “sbracamento”, alla ricerca di nuovi lettori, allungando e allargando lo scaffale di “varia” oltre ogni confine, e dopo che anche nell’ultimo anno è evidente come i lettori siano diminuiti ancora, sarebbe il caso di pensare a qualche strategia diversa. Commercialmente parlando.

Accomunati dalla prima e imprescindibile caratteristica, cioè qualche “sosta” dentro al televisore, o tonnellate di like sull’internet, sono stati pubblicati cuochi, musicisti, casi umani, aspiranti casi umani, modelle, comici, ballerini, attrici, presentatori, assassini, professionisti e partite iva, politici, youtuber, “ex” di qualsiasi categoria sopra citata, eccetera eccetera.

In definitiva sono stati pubblicati tutti quelli che non hanno mai voluto scrivere un libro (e che difficilmente ne hanno mai letto uno). Tutti libri di non scrittori dedicati esclusivamente ai non lettori.
Infatti la cosa peggiore è che al fan dello youtuber o del caso umano non importa che ci sia il libro. Vorrebbe comunque spendere i propri soldi per avere qualcosa che lo avvicini di più al suo eroe e il fatto che sia un libro è irrilevante. Molte volte pure un ostacolo. Potrebbe andar bene una spilletta, una t-shirt, le caramelle, un nuovo video più lungo del solito, un poster.
Pubblicando il libro è stato soltanto riempito un vuoto sullo scaffale del supermercato, non su quello delle librerie.
Chi compra un libro del “fenomeno” del momento non verrà folgorato da nessuna luce entrando in libreria (anche perché lo comprerà online, ma ogni tanto qualcuno varcherà suo malgrado proprio quelle tenebrose porte) e non deciderà di comprare insieme a quello anche un libro di narrativa o un saggio. Perché, semplicemente, non gli interessa. In sintesi: non vuole leggere.

Sembra quasi che per accaparrarsi qualche cliente si sottintenda (specialmente agli altri lettori):
siamo stati costretti a fare un libro, non avremmo voluto.
Ma siamo certi che le piacerà. In fede: l’editore.

Questo perché sotto traccia c’è sempre la parola “cultura” che è diventata un fastidio. L’analisi è solo merceologica, visto che il valore culturale di quel libro è equivalente a quello di un posacenere ma ormai non si può parlare nemmeno di questo visto che “valore culturale” è stato ridotto a “gusto personale”.

Forse sarebbe meglio andare per la via contraria e presentarsi ai (pochi) fedeli dalla finestra, girati di spalle, come il giovane Papa di Sorrentino e smettere di strizzare l’occhio a tutti nel tentativo di raccattare qualche lettore in più ad ogni costo. Soprattutto perché è stato già fatto tutto.

papa

I lettori, le librerie e soprattutto i clienti non si fanno coi libri di “varia”. Ma ci si spendono molti soldi per pubblicarli e pubblicizzarli.
Un lettore di uno o pochi libri l’anno (che sono la maggior parte) che vuole leggere qualcosa si trova come prima scelta (attraverso tv, radio, purtroppo anche tavoli e vetrine in libreria) libri di questo genere. E se poi è l’editore stesso ad indirizzare i lettori nella scelta di non libri mi sfugge completamente il senso del perché ci si lamenti dei pochi lettori e pochi clienti.

Ci vuole orecchio

Ieri mattina mi sono ferito all’apice dell’Elice. Me ne sono accorto quando ho visto sangue sull’asciugamano ma non capivo da dove lo perdessi. Per la verità finché non ho controllato, pochi minuti fa, non sapevo che quella parte del mio corpo si chiamasse “apice dell’Elice”. Ho soltanto iniziato a tamponare l’orecchio con un fazzoletto. Però non smetteva di uscire sangue da quella piccolissima ferita, quasi un buchino, che m’ero fatto col rasoio per radermi la testa. Allora ho usato un altro fazzoletto.

orecchio

Però non smetteva di uscire sangue. Si formava una goccia, un minuscolo palloncino, e seppur non provassi dolore dovevo comunque prestare la massima attenzione alla ferita, anche perché avevo addosso una camicia bianca pulita. M’ero vestito prima di radermi, visto che solitamente faccio le cose come capitano. Così ho continuato a premere il fazzoletto sull’orecchio finché anche quello non è diventato zuppo per poterlo utilizzare oltre. Poi mi sono disinfettato, ma il sangue continuava ad uscire piano piano.

Allora ho piegato la testa per far tornare il sangue da dove era venuto, ma anche portando la testa orizzontale il sangue usciva ugualmente.

Ho preso la scatola dei cerotti e ho trovato dentro uno di quegli inutili cerottini rotondi, quelli che avevo pensato venissero fatti con gli scarti dei cerotti rettangolari, per non sprecare materiale, e che invece ha trovato perfetta applicazione sull’apice dell’Elice. Una volta applicato sono stato a guardare per qualche minuto l’orecchio col cerotto e visto che non sembrava perdere sangue sono uscito di casa.

Al pomeriggio, di nuovo davanti lo specchio, ho tolto il cerotto: sanguinava come al mattino. E’ stato come aver riaperto il rubinetto. Goccia dopo goccia, come si dice, l’orecchio continuava a perdere sangue.
Allora ho deciso di mettere un altro cerotto.

Prima di andare a letto mi sono specchiato e quella parte dell’orecchio, che soltanto stamani ho saputo chiamarsi “apice dell’Elice”, mi sembrava arrossata, forse lievemente gonfia e costretta dentro quel cerottino. Così mi è venuta voglia di togliere il cerotto. Però non l’ho tolto, perché andando a letto non volevo rischiare di macchiare il cuscino e le coperte. Così stamani mi sono alzato ancora con questo cerotto appiccicato. Una volta vestito sono andato allo specchio e l’ho tolto. Ho pensato tra me: E se continua a gocciolare sangue, cosa faccio?
Invece la ferita era soltanto arrossata ma sangue non ne usciva più. A ben vedere però ci ha messo più di 12 ore per coagularsi. Come minimo. Quindi mi sono domandato: E se fosse uscito tutto il sangue che avevo? E poi – insisteva la testa a farmi delle domande – dovrei ferirmi nuovamente per vedere se esce sangue da altre parti? E ferirmi dove? Sempre nella zona nord del corpo? All’altro orecchio? Oppure a sud, tipo al piede? E se al sud il sangue uscisse più velocemente che a nord e quindi perissi? E se perissi, verrei ricordato come uno che ha tentato di scoprire i limiti del corpo umano o come uno che si infliggeva delle punizioni corporali e che aveva tenuto all’oscuro la propria famiglia? Verrei addirittura rinnegato dai familiari?

Quindi per ora non faccio niente.

da poco, proprio

da poco, proprio, ho scritto di un personaggio in un racconto e il giorno dopo, incredibilmente, l’ho conosciuto. Praticamente identico e cosa ancora più sorprendente aveva lo stesso anello.

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L’anno breve

Ho deciso di aprire un foglio word e scriverci dentro alcuni progetti. L’ho fatto a inizio gennaio, come tutti. Oggi siamo al 3 di febbraio e già ho terminato tutto quello che m’ero promesso di fare.

Critica

‘Sera…
Salve, dica pure.
Vorrei diventare un critico letterario.
Certamente. L’accompagno a settore.

tazzini

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Stamani

Stamani ho letto dal monitor del cellulare che era morto Leonard Cohen. E dopo aver compreso bene la cosa, qualche secondo dopo ho visto la home page di corriere.it e sù in cima c’era un link coi video al titolo:

Leonard Cohen: da Buckley ad Arisa, le mille cover di «Hallelujah»
Un po’ come se alla morte di Maradona mettessero il video del gol all’Inghilterra rifatto da Ariel Ortega.
E mi sono domandato alcune cose.
Uno: è questo un modo per omaggiare un grande artista? Ricordarlo, o magari farlo conoscere, attraverso la cover di altri cantanti? Mi pare una soluzione che dichiara completa ignoranza, insensibilità e idiozia.
Due: qual è il motivo di così tanta fretta, anche con notizie definitive come la morte?Soprattutto quando non è una morte “violenta” e non c’è da costruirci dietro delle indagini. Possibile che ci sia bisogno sempre di andare avanti, così avanti, con il racconto di qualsiasi cosa. Una fretta che non mi spiego se non con la paura di affrontare il momento. Vale soprattutto nel rapporto in cui certe notizie vengono date dai media.
L’altra sera ho sentito un attimo la Gruber su La7 domandare a De Benedetti se dopo il referendum sarebbero giuste le dimissioni di Renzi. Lui ha risposto di sì. Poi lei ha chiesto se a quel punto si aspetterebbe un governo di larghe intese. E lui ha scrollato le spalle e ha sostanzialmente detto “ma che domanda del cazzo sarebbe? Non so manco dirle cosa mangerò a pranzo domani”. Il giornalismo non è giornalismo se invece di analizzare e ipotizzare, anche, si mette a prevedere come fanno quelli che leggono i resti del caffè. Fanno così su ogni argomento. Questa estate su Sky stavano raccontando in diretta il golpe turco e c’era in collegamento Carlo Panella che mentre i fatti erano in corso d’opera,  con Erdogan che parlava in una videotelefonata con una reporter, con il buio di Istanbul sopra le teste e le poche luci sui ponti con carovane di carri armati, lui, Panella, stava già raccontando quello che sarebbe accaduto in Turchia da lì al 2030.

 

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2 pensieri

Mi sono venuti dei pensierini a margine tra le tante cose che i politologi in televisione, su facebook, sui giornali, eccetera, hanno detto riguardo le elezioni del Presidente degli Stati Uniti.

 

Una prima cosa è questa:

Sono attività a basso costo. Basta un pc con powerpoint, unghie curate, una cravatta colorata, una risma di carta stampata con i racconti inediti di quando avevi 23 anni, da consultare dopo aver leccato l’indice e il pollice per ritrovare il segno, ma soprattutto da tenere in mano quando si parla di movimenti, flussi, forbici.
Perché continuare ad essere etichettato come il cazzaro che pontifica dallo sgabello della saletta videopoker al bar? Fai le cose in grande stile: diventa sondaggista.

Un’altra cosa è questa:

Chissà che effetto fa vivere in uno stato rettangolare. Tipo il Colorado o il Wyoming.

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