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Vita e soprattutto morte di una quercia

Dopo un po’ ci si accorge delle piante. Soprattutto se non sono alberi da frutto e se non sono le nostre. Generalmente la loro esistenza ci si rivela in momenti particolari del loro ciclo vitale, sintetizzando potremmo dire uno solo: quando muoiono. E la loro assenza diventa per la prima volta presenza. Come quando ti passi la lingua dove fino a poco prima avevi un dente. Altrimenti la vita delle piante dalle quali l’uomo ha poco da ricavare, e che fanno parte della vegetazione cittadina e a maggior ragione di quella di campagna, scorre via totalmente trascurata. Il che è un gran bel vantaggio per qualsiasi tipo di pianta: ignorandole gli allunghiamo la vita come non riusciamo a fare con altri paesaggi. Non è un caso che, per tornare al dettaglio dei particolari insignificanti, alcuni si sfogano lungo il ciglio della strada sparando ai segnali stradali, oppure piegandoli, sradicandoli, imbrattandoli. Fosse possibile far notare la propria bravata sul tronco di un albero lo farebbero ma, oltre tutto, costa molta più fatica ed il risultato è meno eclatante.

Di un albero comune iniziamo a prendere coscienza quando è robusto e ci siamo passati a fianco almeno un migliaio di volte. Nessuno riesce a definire l’età che potrebbe avere: “è sempre stato lì”. Quando i ricordi nostri si sommano con quelli dei nostri genitori e poi dei nonni, e dei bisnonni, e tutti ci riferiamo a quella quercia come quella sotto la quale aspettavamo il bus per la scuola, o i nostri nonni si ritrovavano per un appuntamento prima della mietitura, e via ancora con le generazioni precedenti, allora si inizia a guardare quella pianta in maniera differente. Ci si domanda: ma quanti anni avrà?

Sono moltissime le piante secolari resistite all’uomo, ignorate per interi decenni, e quando ti ci trovi davanti, guardandole, toccandole, non puoi che restare qualche secondo in silenzio. In contemplazione dell’albero ma finendo a fare i conti con la tua vita. Sono sempre momenti piuttosto amari, perché bene vada ti metti a ricordare con nostalgia un momento andato. Uno specchio deformante in cui guardi dentro e taci in soggezione del suo silenzio. Mi era capitato anni fa con una rosa (che non è secolare nemmeno per niente), troppo preso dal resto della mia vita mi ero perso le fioriture estive, scoprendomi a guardare ad agosto inoltrato i petali caduti a terra sul vialetto di casa che percorrevo ogni giorno. Figurarsi cosa può succederti se inizi a guardare da ogni angolazione una pianta secolare, e poi a toccarla.

Mai provato? Provate.

Madonna-del-Pentimento

Dalle mie parti c’è una pianta secolare, una quercia bellissima, attorno alla quale, inevitabilmente, sono nate e si sono intrecciate storie e leggende. Nessuna delle quali mi ha mai colpito particolarmente. La “Quercia del pentimento” si trova vicino al Lago Trasimeno, al confine con la Toscana e secondo la leggenda Margherita da Cortona (nata nel 1247 e prima della sua conversione) ritrovò sotto il fusto della pianta il cadavere dell’amante Arsenio. Fosse così la quercia avrebbe più di settecento anni invece dei circa 350 anni stimati. Attorno alla quercia gli uomini, oltre alla leggenda, hanno costruito alcune case, una strada stretta e poco trafficata ed una piccola chiesa, edificata nel 1756 proprio in memoria del pentimento di quella che divenne Santa Margherita. Provate a immaginarli ad occhi chiusi quegli uomini che a metà 1700 costruiscono una chiesa su quel piccolo toppo. Movimenti lenti, rumori persi nella campagna. Forse quasi un secolo fa per quella stradina sarà passato più di una volta con la sua bicicletta anche un giovanissimo Franco Rasetti, nato a pochi chilometri da lì, prima di iscriversi all’Università di Pisa e diventare fisico e scienziato insieme a Fermi nel gruppo dei ragazzi di Via Panisperna. Ecco, quando si ha a che fare con una pianta mastodontica e vecchia centinaia di anni ci si può aspettare di tutto. Ad esempio forare una ruota dell’auto passandole sotto a dieci anni di distanza dalla prima volta, baciare quella che sarà la futura moglie poggiati al tronco della quercia o trascorrere i pomeriggi d’estate giocando con le ombre lunghe e irregolari dei rami. O, ad esempio, vederla immutabile mentre la nostra vita cambia, si srotola e s’aggroviglia, e il nostro corpo cambia, si invecchia, e alla fine muore, ma quello che non ci si aspetta mai è di veder morire la pianta. E invece è successo alla Quercia del Pentimento il 30 ottobre. Una nottata di maltempo con pioggia e vento, ma niente di particolarmente drammatico o più intenso di quello che ci si può aspettare da un normale giorno autunnale. Tanto è bastato per farla crollare esausta sulla strada, a pochi metri dall’ingresso della piccola chiesa. Era malata ma non era pericolante, anche se quando la caduta l’ha completamente divelta si è visto che le radici non esistevano già più. Si reggeva in pedi poggiata su se stessa.

pentimmm

Ero stato a vederla questa primavera e avevo passato qualche minuto a girarle attorno, alzare lo sguardo con la mano sugli occhi per ripararmi dal sole. Era molto bella, semplicemente, e secondo chi l’ha studiata era nata all’incirca nella seconda metà del 1600.

Quando guardi un albero del genere puoi pensare che era un fuscello negli anni di Galileo e del Bernini, ma puoi arrivare a pensare che non stai guardando soltanto un albero. Stai osservando la tua tomba. Tocchi la tua lapide, non solo la corteccia di un albero. E, peggio ancora, realizzi che quella sarà anche la tomba dei tuoi figli. Forse è per questo che li ignoriamo, perché inconsapevolmente ne abbiamo paura. Quando ho guardato pochi giorni fa il tronco morto steso su un fianco non sapevo cosa pensare, né chi essere. Sono stato zitto lì in piedi, diventando come tutti solo un malinconico sopravvissuto.

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Il padre è nudo

stefano

Dentro questo libro di Stefano D’Andrea ci potete trovare anche qualche mia pagina sulla Vita Da Babbo. Sono molto affezionato a quella che allego sotto ma sono molto affezionato a tutto il libro che ha scritto Stefano perché è pieno di minuscole ed enormi verità sulla vita dei padri, sulle preoccupazioni, le gioie e, insomma, la vita in generale. E mi ci sono affezionato perché è scritto con grande sincerità e spietatezza. Anche molto amore, ovvio, ma quello son capaci tutti.

Qui sotto è quando è nata Anna e proprio ieri sera eravamo sul divano mentre maneggiavo il libro.
Sai che in questo libro ho scritto alcune cose su di te?
Non mi interessa, ha detto.

 

Una delle mie pagine è questa:

Ha lo stesso valore scientifico dell’applausometro e solo per gioco si può pensare di misurare l’amore dei genitori per un figlio con il numero di foto che si hanno dei piccoli. Un discorso che aveva un peso tangibile quando portavi a sviluppare il rullino da 36 e terminavi frettolosamente gli scatti immortalando il nonno, il cane, o le piante in giardino e poi incorniciavi la faccia del pupo sulla mensola. Adesso il banco è saltato e anche per sbaglio ogni genitore ha a portata di smartphone qualche foto della creatura. Io per esempio ne ho tante tante, ad essere precisi tantissime. A ripensare i primi giorni da babbo ricordo che eravamo ancora all’ospedale, lei aveva forse un giorno o due di vita e per fare una foto le ho fatto cadere il cellulare addosso.
Ogni tanto riguardo pure i video dell’epoca. Un paio girati di nascosto, qualche ora prima del parto, noi due, diciamo noi tre; no, diciamo noi due, all’ospedale. Io sul divanetto in camera, la futura mamma piegata dal dolore sul davanzale della finestra perché le avevano fatto l’induzione. Era Giugno inoltrato, c’erano i Mondiali di calcio ed ho sperato che non nascesse durante una partita dell’Italia. Avevo paura di finire in uno di quei terribili film in bianco e nero, tra farsa e tragedia, coi corridoi lunghi e vuoti e le urla di aiuto senza risposta perché tutti quanti sono presi da cose più importanti, tipo la partita in televisione.
Poi è nata e io l’ho guardata, finalmente, e sono stato il primo a vederla perché la mamma era stordita per via dell’anestesia e del cesareo, e l’infermiera me l’ha presentata con quella frase così formale che non pensavo fosse concessa di ascoltare nella vita vera, ed era: “questa è sua figlia”. Sono rimasto zitto, fermo e immobile, non mi è venuto in mente nemmeno di dire “piacere”. Guardavo mia figlia e mi sembrava mio nonno. Poi l’hanno messa in incubatrice, ed io camminavo dietro quest’aggeggio di vetro con le ruotine che trasportava Anna finché siamo arrivati in una stanza piccola con altre incubatrici, ma tutte vuote. Nel locale a fianco c’erano infermiere e personale dell’ospedale in tuta arancione che stavano parlando dell’eliminazione della Russia di Capello dai Mondiali dopo il pareggio con l’Algeria, e mentre loro parlavano della partita, qualche passo dietro la porta c’ero io nello stanzino che toccavo il vetro dell’incubatrice e ci piangevo sopra. Però con discrezione.
Siamo rimasti alcuni giorni, e soprattutto notti, in quella stanza d’ospedale, e a proposito di fotografie ce n’è una che anche senza rivederla la ricordo bene e dice tutto quello che c’è da dire sulla mia vita di babbo. Nella foto ci sono solo io.
Sono buttato sulla poltroncina della stanza come una busta della spesa in un angolo, ho la camicia fuori dai jeans, stropicciata, sono rivolto verso il letto con dentro mamma e figliola e ho gli occhi lucidi come la testa. Con i polpastrelli della mano destra provo a stringermi il cranio come si fa con mezza arancia prima di spremerla e ho le labbra piegate in una maniera che per gli altri non vuol dire niente ma io ci riconosco soltanto un grande imbarazzo. Ecco come sono diventato babbo: così, dal primo momento.

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Willy Vlautin

Più o meno vent’anni fa avevo pensato di aprire una casa editrice insieme ad un amico. Alla fine non se ne fece niente e fu un’ottima cosa. Poi dieci anni fa mi tornò in mente la stessa idea, così che passai il periodo di Natale a studiare come fare. Feci anche una lista di nomi, di autori stranieri. Ne contattai persino un paio, anzi tre e con due traduttrici scambiai molte email. Una la pagai per leggere un romanzo pubblicato nel paese d’origine dell’autore ma venne fuori che non era un romanzo valido. Anche quella volta non aprii la casa editrice e fu un’altra bellissima scelta. Bravo Gianni, bravissimo. Però mi ricordo che uno dei pochi autori che avevo contattato senza un piano chiaro e sicuro e che invece mi aveva risposto con gentilezza fu Willy Vlautin di cui avevo letto “Motel Life”, pubblicato per Fazi, e che mi era piaciuto moltissimo, anche se (mi pare di ricordare) non aveva avuto molti lettori. Per curiosità sono andato a cercare adesso l’email e vedo che era del 2011 e che non l’avevo sognata. Mi rispose iniziando così:

Gianni,
thanks for your great email! I really appreciate it.

Ho iniziato inevitabilmente a volergli ancora più bene. Qualche settimana fa mi hanno detto che Vlautin era stato nuovamente tradotto (anche se tra la sua email di risposta e l’ottobre appena trascorso sono passati in Italia due suoi libri che non so com’è ma non ho letto) e mi sono preso il nuovo libro. Si intitola “Io sarò qualcuno” e l’ha pubblicato Jimenez, che è una nuova casa editrice. Il libro è molto bello anche se dopo le prime pagine avevo temuto si fosse un po’ perso in un mare di dettagli riempiendo pagine di troppe cose. Invece è stata una grande riscoperta, con dei dialoghi scritti benissimo, ritmo e tanta vita dentro. La storia è quella di un ragazzo mezzo indiano che lascia un ranch dove lavora ed è amato, per provare a diventare un pugile.
“Tu mi piaci, sei un bravo ragazzo, ma sei il tipo di pugile che finisce sempre per incassare un sacco di pugni. Specialmente quando ti stanno addosso. Una volta che gli avversari ti stanno addosso, ti ritrovi nei guai. E devi sapere che prendere tutti i pugni che prendi tu è una cosa che ti cambia. Ti cambia il cervello, ti cambia il modo di pensare, il modo di reagire, ti cambia l’umore. Ti cambia il futuro. Voglio essere onesto con te: tu non sei un gran pugile, sei un combattente, e per questa cosa c’è un prezzo da pagare”.
Conclusione: leggetelo.

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Le faremo sapere

Qualche giorno fa, dopo 4 (quattro) anni dall’invio del manoscritto di “Perché non sono un sasso”, una delle case editrici a cui l’avevo inviato mi ha risposto.
Per dirmi, tra le altre cose, che non l’hanno letto.

Le parole terribili che si dicono ai bambini

Giorni fa ero con mia figlia al supermercato e tra le file di scaffali abbiamo incontrato dei conoscenti. Marito e moglie sui sessantacinque anni. La signora si è chinata sorridente verso la bambina e le ha domandato: “Ti vende il babbo? Ti vuole vendere? Ti lascia qui?”. Senza ottenere risposta ha continuato a sorriderle, fissandola, per alcuni secondi. Poi si è tirata su, ha guardato me e ha detto “bellina che è”. Un attimo dopo non c’erano già più.

A quel punto ho guardato la piccola e l’ho vista immobile, gli occhi spalancati sulla schiena di quei due e muta. Ha aperto bocca solo per infilarci il dito. Ha ricambiato il mio sguardo per capire se fosse tutto a posto. Le ho detto qualcosa per tranquillizzarla, poi abbiamo ripreso velocemente il giro.

L’ho scritto per Doppiozero e continua qui

Formazione

Finalmente ho capito cosa sono i romanzi di formazione. Ieri sera mentre leggevo (La valigia – Dovlatov – Sellerio) a un certo punto ho trovato:
“Bastava che mio cugino pronunciasse qualsiasi idiozia, che si udivano le risatine stridule delle tre donne. Ad esempio, assaggiando il paté di zucchine:
– Secondo me, questo paté è stato già mangiato.
E tutti a ridere”.

Sono andato a raccontarlo alla signorina provando un senso di schifo assoluto ma senza riuscire a smettere di sorridere e ho visto che non mi prestava molta attenzione. Era girata di spalle e stava finendo di spalmare del paté sui crostini, per cena. Quindi ho capito che quell’immagine trovata nel libro sarò costretto a portarmela dietro per sempre.

La fauna, la flora, la “varia”

Nonostante anni di totale apertura, più precisamente di “sbracamento”, alla ricerca di nuovi lettori, allungando e allargando lo scaffale di “varia” oltre ogni confine, e dopo che anche nell’ultimo anno è evidente come i lettori siano diminuiti ancora, sarebbe il caso di pensare a qualche strategia diversa. Commercialmente parlando.

Accomunati dalla prima e imprescindibile caratteristica, cioè qualche “sosta” dentro al televisore, o tonnellate di like sull’internet, sono stati pubblicati cuochi, musicisti, casi umani, aspiranti casi umani, modelle, comici, ballerini, attrici, presentatori, assassini, professionisti e partite iva, politici, youtuber, “ex” di qualsiasi categoria sopra citata, eccetera eccetera.

In definitiva sono stati pubblicati tutti quelli che non hanno mai voluto scrivere un libro (e che difficilmente ne hanno mai letto uno). Tutti libri di non scrittori dedicati esclusivamente ai non lettori.
Infatti la cosa peggiore è che al fan dello youtuber o del caso umano non importa che ci sia il libro. Vorrebbe comunque spendere i propri soldi per avere qualcosa che lo avvicini di più al suo eroe e il fatto che sia un libro è irrilevante. Molte volte pure un ostacolo. Potrebbe andar bene una spilletta, una t-shirt, le caramelle, un nuovo video più lungo del solito, un poster.
Pubblicando il libro è stato soltanto riempito un vuoto sullo scaffale del supermercato, non su quello delle librerie.
Chi compra un libro del “fenomeno” del momento non verrà folgorato da nessuna luce entrando in libreria (anche perché lo comprerà online, ma ogni tanto qualcuno varcherà suo malgrado proprio quelle tenebrose porte) e non deciderà di comprare insieme a quello anche un libro di narrativa o un saggio. Perché, semplicemente, non gli interessa. In sintesi: non vuole leggere.

Sembra quasi che per accaparrarsi qualche cliente si sottintenda (specialmente agli altri lettori):
siamo stati costretti a fare un libro, non avremmo voluto.
Ma siamo certi che le piacerà. In fede: l’editore.

Questo perché sotto traccia c’è sempre la parola “cultura” che è diventata un fastidio. L’analisi è solo merceologica, visto che il valore culturale di quel libro è equivalente a quello di un posacenere ma ormai non si può parlare nemmeno di questo visto che “valore culturale” è stato ridotto a “gusto personale”.

Forse sarebbe meglio andare per la via contraria e presentarsi ai (pochi) fedeli dalla finestra, girati di spalle, come il giovane Papa di Sorrentino e smettere di strizzare l’occhio a tutti nel tentativo di raccattare qualche lettore in più ad ogni costo. Soprattutto perché è stato già fatto tutto.

papa

I lettori, le librerie e soprattutto i clienti non si fanno coi libri di “varia”. Ma ci si spendono molti soldi per pubblicarli e pubblicizzarli.
Un lettore di uno o pochi libri l’anno (che sono la maggior parte) che vuole leggere qualcosa si trova come prima scelta (attraverso tv, radio, purtroppo anche tavoli e vetrine in libreria) libri di questo genere. E se poi è l’editore stesso ad indirizzare i lettori nella scelta di non libri mi sfugge completamente il senso del perché ci si lamenti dei pochi lettori e pochi clienti.

Ci vuole orecchio

Ieri mattina mi sono ferito all’apice dell’Elice. Me ne sono accorto quando ho visto sangue sull’asciugamano ma non capivo da dove lo perdessi. Per la verità finché non ho controllato, pochi minuti fa, non sapevo che quella parte del mio corpo si chiamasse “apice dell’Elice”. Ho soltanto iniziato a tamponare l’orecchio con un fazzoletto. Però non smetteva di uscire sangue da quella piccolissima ferita, quasi un buchino, che m’ero fatto col rasoio per radermi la testa. Allora ho usato un altro fazzoletto.

orecchio

Però non smetteva di uscire sangue. Si formava una goccia, un minuscolo palloncino, e seppur non provassi dolore dovevo comunque prestare la massima attenzione alla ferita, anche perché avevo addosso una camicia bianca pulita. M’ero vestito prima di radermi, visto che solitamente faccio le cose come capitano. Così ho continuato a premere il fazzoletto sull’orecchio finché anche quello non è diventato zuppo per poterlo utilizzare oltre. Poi mi sono disinfettato, ma il sangue continuava ad uscire piano piano.

Allora ho piegato la testa per far tornare il sangue da dove era venuto, ma anche portando la testa orizzontale il sangue usciva ugualmente.

Ho preso la scatola dei cerotti e ho trovato dentro uno di quegli inutili cerottini rotondi, quelli che avevo pensato venissero fatti con gli scarti dei cerotti rettangolari, per non sprecare materiale, e che invece ha trovato perfetta applicazione sull’apice dell’Elice. Una volta applicato sono stato a guardare per qualche minuto l’orecchio col cerotto e visto che non sembrava perdere sangue sono uscito di casa.

Al pomeriggio, di nuovo davanti lo specchio, ho tolto il cerotto: sanguinava come al mattino. E’ stato come aver riaperto il rubinetto. Goccia dopo goccia, come si dice, l’orecchio continuava a perdere sangue.
Allora ho deciso di mettere un altro cerotto.

Prima di andare a letto mi sono specchiato e quella parte dell’orecchio, che soltanto stamani ho saputo chiamarsi “apice dell’Elice”, mi sembrava arrossata, forse lievemente gonfia e costretta dentro quel cerottino. Così mi è venuta voglia di togliere il cerotto. Però non l’ho tolto, perché andando a letto non volevo rischiare di macchiare il cuscino e le coperte. Così stamani mi sono alzato ancora con questo cerotto appiccicato. Una volta vestito sono andato allo specchio e l’ho tolto. Ho pensato tra me: E se continua a gocciolare sangue, cosa faccio?
Invece la ferita era soltanto arrossata ma sangue non ne usciva più. A ben vedere però ci ha messo più di 12 ore per coagularsi. Come minimo. Quindi mi sono domandato: E se fosse uscito tutto il sangue che avevo? E poi – insisteva la testa a farmi delle domande – dovrei ferirmi nuovamente per vedere se esce sangue da altre parti? E ferirmi dove? Sempre nella zona nord del corpo? All’altro orecchio? Oppure a sud, tipo al piede? E se al sud il sangue uscisse più velocemente che a nord e quindi perissi? E se perissi, verrei ricordato come uno che ha tentato di scoprire i limiti del corpo umano o come uno che si infliggeva delle punizioni corporali e che aveva tenuto all’oscuro la propria famiglia? Verrei addirittura rinnegato dai familiari?

Quindi per ora non faccio niente.

da poco, proprio

da poco, proprio, ho scritto di un personaggio in un racconto e il giorno dopo, incredibilmente, l’ho conosciuto. Praticamente identico e cosa ancora più sorprendente aveva lo stesso anello.

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L’anno breve

Ho deciso di aprire un foglio word e scriverci dentro alcuni progetti. L’ho fatto a inizio gennaio, come tutti. Oggi siamo al 3 di febbraio e già ho terminato tutto quello che m’ero promesso di fare.

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