L’anno breve

Ho deciso di aprire un foglio word e scriverci dentro alcuni progetti. L’ho fatto a inizio gennaio, come tutti. Oggi siamo al 3 di febbraio e già ho terminato tutto quello che m’ero promesso di fare.

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Yo no soy marinero

Decise di iniziare da Porta Fiorentina e proseguire in senso orario. Così per ognuno dei cerchi concentrici di mura e case di cui era costituito il paese. Era il 31 dicembre. Buio alle 17.23 in punto, come aveva osservato col solito stupore verificando l’orario sul televideo con quanto vedeva fuori dalla finestra sopra il lavello e quanto c’era scritto sul calendario di Barbanera appeso all’ingresso. Spense la tv e scese in strada. Dentro le luci di qualche locale c’erano persone che non badavano al suo passo svelto e si trovò nella posizione stabilita dieci minuti dopo che si era fatta completamente notte. Aveva davanti tutto il tempo che voleva, era l’ultimo dell’anno e quello era il suo programma. Sapeva grossomodo chi abitava dietro ogni porta e ogni finestra. Chi avrebbe potuto incontrare a quell’ora lungo il tragitto. Non voleva farsi riconoscere, per questo tirò fuori dall’armadio i vestiti che erano stati di suo padre. Più grandi di un paio di taglie rispetto alla sua misura: un cappotto spinato, grigio, lungo fin sotto il ginocchio e un cappello, grande pure quello per la circonferenza della sua testa, con le falde larghe, quasi a punta che gli dava un aspetto ridicolo. Fece a meno di guardarsi, e di pensarsi così conciato. Si dimenticò dei suoi vestiti velocemente ma non potè fare altrettanto con gli odori di muffa e col freddo che si sentiva addosso.

Arrivato a Porta Fiorentina nell’orario stabilito, col vestiario stabilito, schiarì la gola. Non si guardò attorno ancora una volta perché non ce n’era alcun motivo. Allungò il dito premendo il campanello.

Da qui in poi i suoi piani iniziarono a prendere altre direzioni. Non rispose nessuno. Impossibile, pensò, dove vuoi che sia a quest’ora. Dove deve essere andata proprio adesso?

Riprovò di nuovo. Niente da fare. Controllò l’orario e decise di proseguire, anche se non era riuscito a far niente, e questo iniziò ad innervosirlo. Proseguì, trenta metri più giù, ad un’altra casa. Un’altra porta, un altro campanello. Suonò.

Stavolta il piano funzionò come aveva sperato. Una voce tremolante, difficile stabilire il sesso ma facilmente intuibile la metà del secolo scorso da cui proveniva, fece quanto doveva.

Chi è?

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan. Ecco quello che cantò, urlandolo quasi. Sotto il berretto e il cappotto iniziò a sentire caldo, sapeva di non aver preso bene la nota, ma era ancora agitato e avrebbe migliorato sicuramente col prossimo citofono. E così fu, in effetti.

Chi è? Chiese una voce quasi scocciata. Come sempre, visto che era quella di Pierpaolo, che conosceva fin troppo bene.

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Stavolta rimase molto soddisfatto della sua intonazione e della perfetta esecuzione. Ebbe anche modo di un bis veloce quando quello in casa domandò:

Che?

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Aspettami, simpatia, sto scendendo.

Affrettò il passo e lasciò da parte qualche casa immaginando che Pierpaolo potesse dar seguito alla minaccia. Vide una luce dietro una persiana al piano terra, ma la luce sopra la porta d’ingresso era spenta così che poteva dirsi completamente al buio. Qualcuno stava guardando la televisione e anche se era un rischio citofonare qui, perché il proprietario era proprio al primo piano, a circa tre passi dalla porta d’ingresso, decise di rischiare.

Si preparò per cantare quando vide che alla parete c’era solo quello stupido campanello, ritto come un capezzolo, e un numero civico e la cassette delle lettere ma nessun citofono. Sentì aprire la porta poco dopo, ma aveva già girato l’angolo.

Merda, pensò. C’era mancato tanto poco che gli venne pure l’idea di tornarsene a casa ma invece si fece coraggio guardando l’orologio, era ancora molto presto, riprese il suo giro come se quelli fossero rischi calcolati. Fu costretto a fingere di parlare in inglese al cellulare quando gli passò lentamente a fianco una vecchia con due sporte che sembravano così pesanti che l’asfalto sembrava prepararsi ad inghiottirla. Lui non parlava inglese, nemmeno una parola. Ma la vecchia non ci fece caso. Si avvicinò al campanello seguente, vide il citofono, una luce alla persiana del primo piano e si disse che da lì poteva ripartire.

Chi è?

Soltanto che la voce arrivò direttamente dalla persiana. Aperta il tanto che bastava a far passare la testa. Era Alfonso.

Chi è? Domandò ancora guardando quella figura là sotto che adesso alzò gli occhi, giusto un attimo, e poi scappò.

Eccheccazzo. Che paese è questo che nessuno rispetta le regole.

Oh, laggiù, chi sei? Continuava dietro la voce di Alfonso.

Aveva in testa quella canzone e soprattutto quella strofa da poco prima di Natale. Sentita chissà dove, recuperata chissà come. E gli sembrava confacente con la notte che stava arrivando. Però gli piaceva l’idea di fare questa cagata che stava facendo ai campanelli dei suoi compaesani, a cantare una strofa de La Bamba, per le orecchie di quella manciata di persone che vivevano in paese, in cima a un toppo, intriso di nebbia e umidità e qualche luminaria e un gatto con occhio solo che lo stava fissando, e che sembrava ne avesse cento, di occhi, e tutti addosso a lui.

Continuò il giro senza che gliene fregasse più nulla di farsi scoprire, almeno quella non era la priorità. La sola cosa importante era cantare bene la canzone. Si avvicinò ad un altro campanello e suonò.

Babbo?

Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Poi cambiò programma. Uscì fuori dal paese verso la prima salita trovata dopo essersi tolto di dosso il cappello e il cappotto. Arrivò fino alla collina più alta, lontana centinaia di metri da qualsiasi punto di luce. Solo la luna per orientarsi e il paese sotto, stretto in una spugna di nebbia colorata di giallo da una manciata di lumi fiochi.

Salì su un olivo con la testa che si protendeva tra i rami verso il cielo e ricominciò a cantare Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan.

Cantò finché non si lasciò cadere, dall’olivo, stremato e senza più voce. Cadde di faccia sull’erba alta e il fango. Si rialzò qualche istante, o minuto dopo, e come nulla fosse scese nuovamente in paese e al primo lampione potè darsi una rapida occhiata. Che fosse bagnato l’aveva capito ma non s’era ancora accorto di essere completamente sporco e puzzolente. Aveva le mani nere, così i pantaloni e la camicia. Chissà poi la faccia.

Qualche lampione dopo incontrò Giovanni che di solito non salutava, manco per gli auguri. Stavolta però quello gli bloccò il passo.

Che t’è successo? Stai bene? Hai fatto un incidente?

Non sto piangendo, non sto piangendo. È il fango e la nebbia e yo no soy marinero e poi adesso sento freddo e ho fame e allora vado a casa.

E proseguì verso il suo portone cercando di convincere Giovanni guardandolo negli occhi mentre riprendeva a camminare, gesticolando qualcosa con spalle e braccia che aveva l’intenzione di essere un “guarda che è così, fidati. Se non fosse per il freddo, e il fango, e la nebbia, e la fame, sarebbe tutto ok”.

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Morire

Non mi piacerebbe morire per consunzione alla ricerca del rapporto qualità-prezzo.

Critica

‘Sera…
Salve, dica pure.
Vorrei diventare un critico letterario.
Certamente. L’accompagno a settore.

tazzini

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Stamani

Stamani ho letto dal monitor del cellulare che era morto Leonard Cohen. E dopo aver compreso bene la cosa, qualche secondo dopo ho visto la home page di corriere.it e sù in cima c’era un link coi video al titolo:

Leonard Cohen: da Buckley ad Arisa, le mille cover di «Hallelujah»
Un po’ come se alla morte di Maradona mettessero il video del gol all’Inghilterra rifatto da Ariel Ortega.
E mi sono domandato alcune cose.
Uno: è questo un modo per omaggiare un grande artista? Ricordarlo, o magari farlo conoscere, attraverso la cover di altri cantanti? Mi pare una soluzione che dichiara completa ignoranza, insensibilità e idiozia.
Due: qual è il motivo di così tanta fretta, anche con notizie definitive come la morte?Soprattutto quando non è una morte “violenta” e non c’è da costruirci dietro delle indagini. Possibile che ci sia bisogno sempre di andare avanti, così avanti, con il racconto di qualsiasi cosa. Una fretta che non mi spiego se non con la paura di affrontare il momento. Vale soprattutto nel rapporto in cui certe notizie vengono date dai media.
L’altra sera ho sentito un attimo la Gruber su La7 domandare a De Benedetti se dopo il referendum sarebbero giuste le dimissioni di Renzi. Lui ha risposto di sì. Poi lei ha chiesto se a quel punto si aspetterebbe un governo di larghe intese. E lui ha scrollato le spalle e ha sostanzialmente detto “ma che domanda del cazzo sarebbe? Non so manco dirle cosa mangerò a pranzo domani”. Il giornalismo non è giornalismo se invece di analizzare e ipotizzare, anche, si mette a prevedere come fanno quelli che leggono i resti del caffè. Fanno così su ogni argomento. Questa estate su Sky stavano raccontando in diretta il golpe turco e c’era in collegamento Carlo Panella che mentre i fatti erano in corso d’opera,  con Erdogan che parlava in una videotelefonata con una reporter, con il buio di Istanbul sopra le teste e le poche luci sui ponti con carovane di carri armati, lui, Panella, stava già raccontando quello che sarebbe accaduto in Turchia da lì al 2030.

 

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2 pensieri

Mi sono venuti dei pensierini a margine tra le tante cose che i politologi in televisione, su facebook, sui giornali, eccetera, hanno detto riguardo le elezioni del Presidente degli Stati Uniti.

 

Una prima cosa è questa:

Sono attività a basso costo. Basta un pc con powerpoint, unghie curate, una cravatta colorata, una risma di carta stampata con i racconti inediti di quando avevi 23 anni, da consultare dopo aver leccato l’indice e il pollice per ritrovare il segno, ma soprattutto da tenere in mano quando si parla di movimenti, flussi, forbici.
Perché continuare ad essere etichettato come il cazzaro che pontifica dallo sgabello della saletta videopoker al bar? Fai le cose in grande stile: diventa sondaggista.

Un’altra cosa è questa:

Chissà che effetto fa vivere in uno stato rettangolare. Tipo il Colorado o il Wyoming.

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Fumetto

Ho letto un fumetto, o graphic novel, veramente brutto. Ne leggo 3-4 l’anno, solitamente. E fino ad ora mi erano piaciuti praticamente tutti. Il fatto che questo libro mi abbia deluso è molto importante. Perché ho scoperto che le graphic novel sono come i romanzi, cioè ce ne sono anche di brutti e così ripensi a quelli belli, già letti, e ti dici che sei stato fortunato ad imbroccarne una manciata fatti bene.

Lo vedi quello lì?

Qualche settimana fa mi è successa una cosa che soltanto adesso ho realizzato essere simile alle visioni di Kevin Costner nel film “L’uomo dei sogni”. Lui avvertiva dei segnali e sentiva delle voci venire dal grano alto davanti la sua casa in qualche profondissima campagna americana che lo spingevano a costruire al posto dei campi seminati uno stadio da baseball. A me invece è successo che quella mattina mi ero accordato per vedere  un amico che passava dalle mie parti tornando dal mare. Avrebbe dormito ad una quarantina di chilometri da casa mia, sulla strada che il giorno dopo lo avrebbe riportato al Nord e così ci eravamo accordati per la cena. Prima volevamo farla dalle mie parti. Poi il traffico e il lungo viaggio hanno mandato a monte questo piano, e così abbiamo deciso di vederci vicino all’autostrada, in un ristorante che conoscevo. Ho prenotato e sono partito. Lungo la strada ho trovato quei pochi semafori che ci sono dalle mie parti, tutti rossi. Tutti quanti. Superato lentamente l’ultimo di questi arriva la sua telefonata. Dobbiamo annullare perché c’è un incidente, un camion ribaltato. Lui dovrà correre al b&b visto che è già molto in ritardo con il tizio che l’aspettava per le 20, ha mal di testa, è stanco. Non possiamo vederci. Io decido di tornare verso casa. Scendendo in senso inverso i semafori diventano tutti verdi. Ci faccio caso e mi viene da ridere. Almeno, mi dico, all’andata con tutti quei semafori rossi ho risparmiato chilometri che avrei percorso inutilmente. Scendo l’ultima collina e in fondo c’è un semaforo, ancora verde. Alla sua destra le luci in lontananza di un campo di calcio illuminato. Un altro amico mi aveva detto che quella sera avrebbe giocato una partita amichevole con la sua nuova squadra proprio lì. Mi avvicino al semaforo e questo diventa arancione e poi rosso. L’auto davanti a me svolta per il bivio che conduce al campo sportivo. I finestrini sono abbassati, è ancora caldo, le cicale cantano e abbassando la radio sento anche le urla venire dal campo. Dietro di me non c’è nessuno. Il semaforo si fa verde ma resto fermo qualche altro secondo. Mi scappa un sorriso e svoltare verso quei riflettori diventa inevitabile.
Vado a vedere la sua partita, e durante la gara parlo con un vecchio compagno di scuola trovato casualmente su in tribuna. A un certo punto, senza aspettarmi niente, inizio a notare alla mia destra un tizio. Fastidioso, per quanto posso vedere e capire. Molto fastidioso. Decido di osservarlo meglio e qualche minuto dopo noto che il vecchio compagno di scuola sta facendo lo stesso. Lo conosce superficialmente e mi racconta qualcosa di lui in poche e precise battute. Quanto basta per convincermi a farne un personaggio di un lavoro che ancora non conosco.

Tragedia e farsa

Un diciottenne depresso ha fatto una strage. Pare che tra i “motivi” ci fossero gli abusi dei bulli. Ha trascorso gli ultimi istanti della sua vita, prima di suicidarsi, con uno che lo filmava e gli urlava “Coglione, stronzo del cazzo. Sei un coglione, ecco cosa sei”.

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